Che fine ha fatto la stella Michelin?

L’ultima in centro nel 1995. E non è (solo) un problema di cuochi

La notizia di poche settimane fa, l’apertura a Terricciola di un resort con annesso ristorante da parte dello chef stellato Antonino Cannavacciuolo, nasconde un sapore amaro. In quei giorni la stampa locale scriveva di Pisa e di stelle Michelin, ma ciò non stava avvenendo perché un nostro ristorante era emerso tra i migliori. Un grande cuoco dava inizio al suo progetto pisano, un’ottima notizia. Ma ci ha ricordato che le stelle Michelin esistono ancora e che da Pisa sono sparite da decenni. Nel 2022 la guida francese ne ha assegnate 40 alla Toscana e noi non ci siamo, punto. Tristezza profonda, sgomento. Nella nostra storia, di stelle ne abbiamo avute 33 e per due volte, alla fine dei ‘70 e all’inizio dei ‘90, ci sono stati due ristoranti stellati in città. Negli anni ‘80 eravamo protagonisti della cucina italiana con Sergio Lorenzi e il suo “Sergio” sul Lungarno Pacinotti, 18 stelle Michelin consecutive dal 1978 al 1995, anno in cui queste abbandonano definitivamente il centro cittadino. Dà una piacevole sensazione usare il plurale in questo contesto, dire “noi” eravamo un riferimento della cucina nazionale, lo possiamo affermare con orgoglio. Allo stesso modo dovremmo constatare che siamo “noi”, tutti come comunità, a uscirne ammaccati quando la stella manca, e da così tanto tempo, dal centro di Pisa. E non per la stella in sé, ma per la stella come sintomo di un contesto di creatività e menti ingegnose. Quel contesto che da qualche anno pare soffra a emergere. I numeri, gloriosi del passato e assenti nel presente, mostrano due ere ancora più distanti se contestualizzati. Non che diventare stellati oggi sia facile, ma gli anni ‘80 erano un altro mondo, senza Internet, senza chef celebrità e con molto meno know-how in Italia su cosa volesse dire fare alta ristorazione. I cuochi pisani di allora erano pionieri, ma di un concetto assai confuso per il pubblico italiano, una cosa considerata per ricchi e vista con scetticismo, specialmente a Pisa, città popolare e studentesca. Due dati aiutano a calibrare ieri con oggi: solo nel 1986, mentre Lorenzi festeggia la sua nona stella Michelin, arrivano le prime “3 Stelle” italiane. Sono passati 30 anni da quando la guida Michelin ha esteso la copertura delle sue revisioni all’Italia. Se le aggiudica Gualtiero Marchesi, che diventerà un’istituzione. Oggi i tristellati in Italia sono 11. Secondo dato: lo stesso termine “stellato”, se riferito alla ristorazione, non esisteva nella lingua italiana. Il vocabolario Treccani lo ha aggiunto tra i neologismi soltanto nel 2008.

Alla macro analisi si sommano gli effetti micro, quelli locali, specifici del territorio. Per studiarne l’andamento, la Confesercenti di Pisa ha ideato oltre quindici anni fa l’Osservatorio sul turismo enogastronomico. Compito dei gruppi di lavoro che lo compongono è realizzare indagini a campione per comprendere le abitudini degli utenti. Gli aspetti analizzati dalla Commissione per la valutazione dei ristoranti di Pisa variano ogni anno. Due dei risultati più interessanti si trovano nel report del 2015. Il primo: quando un livornese o un lucchese decide di venire a cena a Pisa lo fa, oltre che per ovvie ragioni di vicinanza, spinto dalla bellezza della città o per motivi di lavoro nel 25% dei casi e solo nel 4% per i ristoranti. Pisa peraltro si colloca quarta dopo Livorno, Lucca e Viareggio tra le destinazioni scelte per cena tra gli abitanti della zona. Il secondo numero è ancora più inquietante: se si tratta di cenare fuori il 90% dei livornesi rimane a Livorno, il 72.5% dei lucchesi resta a Lucca e solo il 50.4% dei pisani sceglie Pisa. Cioè un pisano su due lascia Pisa se esce per cena. Alessandro Fenu è docente all’Istituto alberghiero “Matteotti” di Pisa, formatore di personale negli hotel e per anni è stato membro della commissione che realizzava questi report: «I dati parlano chiaro: le persone tornano nei ristoranti nel 51% dei casi per come sono stati accolti, non per come hanno mangiato. Quindi Pisa non ha un problema di cucine, ha un problema di accoglienza, di sala». Per Fenu questo è un fatto specifico della città di Pisa che non si riscontra nelle province vicine, è quella sensazione che i pisani considerino tendente al ruffiano chi fa solo il gentile. L’insegnante Fenu non è indulgente con la sua stessa categoria quando dalla sala passiamo ai fornelli: «Sulla cucina la formazione ha la sua grossa fetta di responsabilità. Non siamo più credibili verso gli studenti, le ore di laboratorio sono state decimate e diamo incarichi a docenti a loro volta non formati, con esperienze minime, spesso in realtà mediocri. Nella nostra scuola abbiamo ventunenni neodiplomati che insegnano materie professionali. Una volta in un laboratorio ho visto con i miei occhi un giovane docente fermare la lezione perché non sapeva fare la crema pasticcera». 

L’ultima brigata di successo sul territorio pisano la guidava il garfagnino Luca Landi, chef stellato di “Lunasia”, ristorante dal cuoco interamente concepito. Lunasia è oggi a Viareggio, ospite dell’Hotel Plaza e de Russie, ma è nato a Tirrenia e rimasto per qualche anno nelle strutture del Green park resort. Quando “Lunasia” si guadagna la prima stella Michelin nel 2012, dopo che per due decenni questa era mancata dalla città, il sindaco di Pisa Filippeschi chiama Landi per congratularsi con 5 mesi di ritardo. Discutiamo proprio del rapporto con il territorio quando incontriamo lo chef e i suoi sentimenti sono contrastanti: «Alcuni dei prodotti che amo di più sono pisani, specialmente del Parco. Li uso nei miei piatti, ma non senza difficoltà. Per due chili di ricotta di pecora, che è strepitosa, a volte chiamo il produttore dieci volte. C’è Donatella Baldi a San Rossore che produce miele su una spiaggia, una cosa unica, ma glielo devo vendere io direttamente al ristorante perché trovarlo è impossibile. E i pinoli del Parco, i migliori, sfido chiunque a trovarli in meno di cinque giorni». È deludente. Non tanto per la visibilità che un grande ristorante offre a un piccolo produttore, ma perché l’essenza della cucina è trovare nuove vie per gli ingredienti, anche quelli che riteniamo intoccabili. «Io con il mucco pisano ci faccio una carne fermentata (servita sorprendentemente tra la piccola pasticceria, ndr) che secondo me lo valorizza molto più di una griglia. In Giappone ho lavorato nel ristorante di Seiji Yamamoto (un gigante, il più importante innovatore della cucina giapponese, ndr) che ha preso un ingrediente tradizionale come il katsuobushi, che è pesce fermentato essiccato, e ne ha studiato una versione affumicata con il produttore. Queste interazioni sono vitali. Io adesso, per un lavoro che sto mettendo a punto, ho bisogno di una ricotta più secca, e mi vengono i brividi se penso di discuterne con il produttore». E comunque, prima, bisogna che il produttore risponda al telefono.

Mendicanti di creatività

Il Comune di Pisa pagherà 500 euro il logo che dovrebbe rilanciare i musei cittadini

Un’applicazione del logo vincitore del bando per i Musei Nazionali di Genova. Autori: Dario Pianesi, Alessandro Prepi & Marco Fornasier

27 marzo ore 13:02, sulla chat di Redazione viene condiviso il link a un comunicato stampa che titola: “Cultura: pubblicato il bando per ideare il logo della Rete museale cittadina”. Tra grafici e illustratori si accende l’interesse: ci piace raccontare Pisa con le immagini, l’occasione è imperdibile. Aperto il link e letto il sottotitolo dell’articolo, però, arriva lo sconforto: “Al vincitore un premio di 500 euro. Per partecipare c’è tempo fino alle ore 11 dell’11 aprile”. Nella successiva riunione di Redazione alzo la mano e chiedo questo spazio ai colleghi giornalisti, in via straordinaria. Perché da otto anni sono un grafico di questa testata e di mestiere non scrivo. Ma ci sono cose da dire.

Il bando: sedici giorni per sviluppare il logo di un progetto di cui si discute da più di 10 anni. Perché tanti buoni propositi si stanno risolvendo in un contest degno di un incarico da sagra di paese? Leggendo il comunicato si scopre che la rete museale cittadina, o come è stata ribattezzata Rete PPM – Pisa Percorsi Museali, èun protocollo d’intesa siglato lo scorso ottobre con il quale è stata avviata una collaborazione tra i soggetti che a Pisa si occupano di beni culturali e di spazi espositivi. I soggetti coinvolti nella Rete PPM sono 18. Solo per citarne alcuni si va da Palazzo Blu al San Matteo, passando per la Chiesa di Santa Maria della Spina e il Museo di Anatomia Patologica. Ci sono tutti gli enti pubblici e le fondazioni che a Pisa gestiscono spazi espositivi.

I soggetti coinvolti nella Rete PPM sono 18. Solo per citarne alcuni si va da Palazzo Blu al San Matteo, passando per la Chiesa di Santa Maria della Spina e il Museo di Anatomia Patologica. Ci sono tutti gli enti pubblici e le fondazioni che a Pisa gestiscono spazi espositivi.

È evidente, anche per l’eterogeneità dei soggetti coinvolti, che progettare questo logo richieda uno sforzo di sintesi molto complesso e di conseguenza un’elevata professionalità. Probabilmente il premio del concorso copre giusto i costi di una seria ricerca preliminare, indispensabile per creare un lavoro originale e all’altezza dell’operazione. Operazione fondamentale per una città con una forte vocazione turistica che però si presenta con musei dai risultati molto scadenti in termini di numero di visite.

Nel bando del Comune mancano indicazioni precise che possano orientare i progettisti. Vi si legge: “[il logo] Deve essere in grado di rafforzare la visibilità della Rete Museale valorizzandone le caratteristiche”. Sì, ma quali? Ricercando maggiori informazioni su PPM – Pisa Percorsi Museali scopriamo che l’unica risorsa su cui dovrebbe basarsi chi si cimenta nel contest sono comunicati stampa e dichiarazioni di intenti.

Avere un’identità visiva efficace è un valore riconosciuto, per questo la si costruisce ben oltre il disegno del logo, con un insieme di elementi che concorrono alla riconoscibilità del brand, alla sua personalità. La brand identity si può declinare in una moltitudine di supporti visivi: dal manifesto della mostra al biglietto d’ingresso che ci ritroviamo il giorno dopo in tasca, all’ombrello che abbiamo acquistato nel bookshop perché colti alla sprovvista da un temporale. Se pensiamo all’identità visiva come all’abito con cui un’organizzazione si presenta ai suoi utenti, a Pisa sembra si sia scelto di indossare la prima cosa che si trova aprendo il cassetto.

Tutt’altra ambizione ha avuto la città di Genova nel proporre il concorso per i musei nazionali della città. In questo caso i promotori si sono avvalsi della consulenza dell’Aiap, l’Associazione per il design della comunicazione visiva, che da anni offre supporto alle amministrazioni pubbliche per la stesura dei bandi di gara affinché siano redatti rispettando le linee guida europee.

A Genova, per un bando simile, al vincitore sono stati destinati 14mila euro e a tutti i candidati selezionati è stato riconosciuto un rimborso spese di 1.000 euro

A Genova il bando è stato pubblicato il 13 ottobre 2021 e ha riguardato l’unione di soli due musei nazionali: il Museo di Palazzo Reale e le Gallerie Nazionali di Palazzo Spinola, una situazione ben più semplice rispetto ai 18 musei pisani.

Al vincitore sono stati destinati 14mila euro. Il concorso è stato diviso in due fasi: nella prima sono stati selezionati 5 team tra tutte le candidature ricevute. I partecipanti hanno dovuto dimostrare di avere una comprovata esperienza nel settore e a giudicare i lavori è stata una commissione composta da professionisti della comunicazione visiva. Non era scontato: in molti concorsi analoghi a giudicare ci sono solo i committenti. A tutti i candidati selezionati è stato riconosciuto un rimborso spese di 1.000 euro per proseguire nella seconda fase: la sottomissione delle proposte progettuali. Nel bando genovese è stato elencato il numero di elaborati da consegnare, indicando con precisione il contenuto di ciascuna tavola grafica e i criteri di valutazione sono stati molto dettagliati. I progettisti selezionati hanno quindi partecipato a una riunione per avere informazioni più dettagliate da parte della committenza e hanno potuto dipanare eventuali dubbi prima di iniziare i lavori. Il concorso si è concluso il 4 febbraio 2022, a più di tre mesi dalla pubblicazione del bando.

A Pisa, tra la pubblicazione del bando e la scadenza sono intercorsi 22 giorni. Non è stata fornita alcuna informazione sulla commissione giudicatrice, nemmeno a seguito di nostra formale richiesta. Il premio offerto è 28 volte più contenuto, 500 euro. Il bando è stato aperto a tutta la popolazione maggiorenne, senza individuare un modo per intercettare i professionisti del settore. Forse chi ha indetto il concorso si illude che si possa sostituire l’estro artistico alla progettazione, l’immediatezza del segno spontaneo alla riflessione. E la sensazione è che, non volendo affrontare una spesa congrua per ripagare il lavoro, si sia tentato di accaparrarsi creatività a buon mercato sperando nei grandi numeri, con un bando aperto a chiunque senza selezione preliminare.

La sensazione è che, non volendo affrontare una spesa congrua per ripagare il lavoro, si sia tentato di accaparrarsi creatività a buon mercato sperando nei grandi numeri, con un bando aperto a chiunque senza selezione preliminare.

Se i 18 musei pisani avessero unito le forze per finanziare questo concorso, avrebbero dovuto sborsare la cifra di 27,7€ a museo. Stiamo parlando del costo di meno di 3 biglietti ridotti per la visita alla mostra di Keith Haring appena conclusa a Palazzo Blu.

Nel momento in cui questo testo viene scritto siamo oltre la scadenza del bando. Teoricamente in una delle buste consegnate potrebbe esserci il nuovo capolavoro della grafica degli anni Venti. Questo tuttavia non giustificherebbe la scarsa ambizione che la città ha dimostrato nei confronti di uno dei temi da anni proposto come la svolta per il rilancio del patrimonio culturale cittadino “oltre la Torre”. Disattenzione che diventa disastro se si pensa che nel consorzio è presente anche il Museo della Grafica.


Editoriale pubblicato sul numero 2 – Anno 9

Comunicato stampa del Comune – Pisa percorsi museali

Comunicato stampa che annuncia il concorso: bando per il logo di Pisa Percorsi Museali

Pagina ufficiale del Comune di Pisa con il Bando oggetto dell’articolo

Concorso musei nazionali di Genova – il vincitore

Le linee guida per i concorsi dell’AIAP, l’associazione italiana design della comunicazione visiva

International council of design guide lines

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Di chi sono i muri di Pisa?

È sempre più frequente di questi tempi imbattersi, su giornali e social, in foto di assessori che, armati di idropulitori, posano fieri davanti a muri ridipinti di fresco. Attestano la vittoria contro le scritte sui muri cittadini e trionfalmente affermano di aver restituito decoro alla città contrastandone il degrado. È un’affermazione bipartisan che rimbalza di comune in comune e nella nostra città ingloba anche l’Ateneo, che nella persona di Marco Gesi, prorettore ai rapporti con il territorio, si è schierato a fianco dell’Amministrazione, impegnandosi a pulire i muri dei propri palazzi in nome di «un’azione sinergica che vuole mantenere e restituire una città più civile, più bella, più pulita»; è quindi a fianco dell’assessore all’ambiente Filippo Bedini che ne ha fatto una vera e propria crociata e dell’impresa ama snocciolare cifre afferenti alle risorse investite e ai metri quadri di scritte rimosse. Lo sforzo economico stupisce (nel 2020 un ammontare complessivo di 155.480 euro), come l’uso reiterato dell’aggettivo sostantivato “decoro” usato per etichettare come indiscutibilmente positiva la pratica di cui stiamo parlando. Ma “Decoroso” ha a che fare con il Bello e sappiamo quanto nessun termine sia meno oggettivo dell’aggettivo “bello”. Se nessuno contesta la pulitura di scritte su monumenti di alto valore artistico o di scritte becere o sessiste, per molti muri e altre scritte, per un altro amore per Pisa, per un’altra sua storia, si potrebbero forse fare ragionamenti un pochino più complessi, che inglobano altri punti di vista, foss’altro per amore di dibattito. Perché a “Imbiancato è bello” un’altra parte della città potrebbe obbiettare “Muro pulito = popolo muto”.

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A Pisa l’ossessione per le auto soffoca la ciclabilità

L’incrocio tra la ciclabile di via Garibaldi e il tunnel di via degli Artigiani. Foto di Michela Biagini

Renate Altmeyer è stata uccisa a Pisa lo scorso 11 ottobre da un automobilista. Circolava con la patente sospesa per ragioni psicofisiche e ha travolto la donna sull’attraversamento ciclopedonale di via Porta a Mare. Lei proveniva in bicicletta da Marina di Pisa, dove stava villeggiando in camper con il marito.

Era tedesca di Haltern am See, una cittadina della Renania con un terzo degli abitanti di Pisa e il triplo delle piste ciclabili (circa 170 km, fonte radfahren-haltern.de). Ai soccorritori, riportano le cronache, il marito avrebbe confidato che lassù Renate si spostava sempre in bici. Mortifica, così, riconoscere che stiamo condannando i nostri ospiti a una mobilità inadeguata ai loro standard, esponendoli a dei rischi (Pisa riceve dal Nord Europa la metà dei suoi turisti, in testa Germania e Paesi Bassi).

La ciclabilità pisana ha un carattere subdolo. Alcuni indicatori svelano delle virtù, benché siano riferiti al modesto panorama italiano. Rappresentiamo l’ottavo comune capoluogo di provincia per numero di abbonati al bike sharing (rapporto Focus 2R 2021 di Legambiente e Confindustria). Il venticinquesimo per metri quadri pro capite di piste ciclabili (Ecosistema Urbano 2021 di Legambiente). E beneficiamo già dal 2008 della “Consulta della bicicletta”, che aggrega svariati soggetti legati alla mobilità
(Comune, Legambiente, Pisamo, Polizia Municipale, Fiab e altri) per emendare i progetti preliminari delle infrastrutture urbane a favore della ciclabilità.

Ulteriori riscontri palesano invece la marginalità della bici, ritenuta un optional, non un’alternativa all’invasione degli autoveicoli, capace di ispirare un’evoluzione della città. La statistica più eloquente compare nel rilevamento del transito di ciclisti sui lungarni, effettuato nel 2019 da Fiab, Ufficio Bici (Pisamo) e Legambiente. Se sul Ponte di Mezzo le biciclette registrano il 22,7% dei passaggi rispetto agli altri mezzi di trasporto, sul Ponte della Vittoria precipitano al 6,8%, calando persino al 4,6% sul Ponte Solferino. È la spietata fotografia della ciclabilità pisana: massiva in Ztl, irrilevante in periferia, dove spesso i percorsi sono insicuri. A tale riguardo il “Piano urbano della mobilità sostenibile” (Pums), redatto nel 2020 dal Comune di Pisa, racchiude un dato emblematico. Per raggiungere Ospedaletto e Montacchiello dalla Stazione Centrale, un ciclista si imbatte in un tracciato “promiscuo” al 91%, ossia condiviso con gli automezzi. In parole povere le migliaia di lavoratori dell’area industriale non dispongono di collegamenti ciclabili verso il principale snodo del trasporto pubblico locale, malgrado la distanza di appena cinque chilometri. Eppure a Pisa la mobilità dolce è da vent’anni nell’agenda delle amministrazioni comunali: perché resistono simili lacune? 

29 giugno 2021, seduta consiliare. Francesco Auletta (gruppo “Diritti in Comune”) interpella Massimo Dringoli, assessore all’Urbanistica, sull’illecita assenza della pista ciclabile lungo la rotatoria tra il ponte del Cep e viale D’Annunzio, terminata a maggio. Auletta allude alla legge 366 del 1998, che impone di affiancare dei percorsi ciclabili alle strade di nuova costruzione o ai tratti sottoposti a manutenzione straordinaria. Dringoli obietta che l’ampliamento del cantiere per l’aggiunta della pista avrebbe implicato ulteriori espropriazioni, ritardando così un’opera essenziale per mitigare gli ingorghi estivi. Morale: per agevolare le automobili si calpesta la ciclabilità, persino a scapito delle regole. Infine l’assessore si discolpa rammentando le numerose rotatorie di Pisa posteriori al 1998 e difformi dalla legge 366 (ossia, “mal comune mezzo gaudio”). Una difesa che si trasforma in un’accusa inconsapevole a una generazione di dirigenti: da vent’anni se ne fregano tutti.

A Pisa sopravvive un’anacronistica cultura “autocentrica”, che talvolta compiace le esigenze dei ciclisti, ma non rinuncia alla supremazia dell’automobile

A Pisa sopravvive, perciò, una trasversale e anacronistica cultura autocentrica, che talvolta compiace le esigenze dei ciclisti, ma non rinuncia alla supremazia dell’automobile. Non stupisce quindi la crescita in città del numero di macchine circolanti ogni cento abitanti: 58 nel 2015, 61 nel 2019 e 63 nel 2020, il doppio rispetto a Londra e Parigi (dati Aci). Un’involuzione assecondata dal Comune, che annuncia nel Pums la realizzazione di circa 2.700 nuovi parcheggi nel centro urbano, sacrificando peraltro le aree verdi di via delle Trincere e del bastione del Barbagianni. Il tutto mentre Pisa, all’insaputa dei più, svetta nella peggiore delle classifiche: siamo la quinta città in Italia per numero di vittime della strada (dati Aci-Istat 2020).

Pisa svetta nella peggiore delle classifiche: siamo la quinta città in Italia per numero di vittime della strada

È evidente così che non bastano delle isolate iniziative per la ciclabilità, seppur significative (il Pums prevede addirittura l’estensione della rete ciclabile dagli attuali 52 chilometri a 125). Come sostiene Gianni Stefanati, storico responsabile dell’Ufficio Bici di Ferrara, per affermare la mobilità dolce bisogna disincentivare l’ossessione dell’automobile. Fiab Pisa propone di trasformare l’intera città in zona 30, mantenendo il limite di 50 km/h nelle arterie principali. Insieme l’associazione suggerisce di restringere le carreggiate per obbligare le auto a rispettare il vincolo, riconvertendo gli spazi a favore di pedoni e ciclisti. Accetteremo mai una simile rivoluzione?

A volte capita di trovare delle immagini di piazza dei Cavalieri degli anni Settanta. Osservando l’enormità di auto parcheggiate ci si chiede: com’è stato possibile? La risposta è che i cittadini del tempo non erano culturalmente adeguati per criticare quel modello. Chissà se i pisani del futuro, di fronte a una foto dei lungarni intasati datata 2021, penseranno di noi la stessa cosa.


Editoriale pubblicato sul numero 5 – Anno 8

Muoiono i tesori di Pisa

Al museo di San Matteo è custodita una tavola in cui Sant’Orsola, prima patrona di Pisa, è intenta a salvare la città da un’alluvione; la città, impersonificata da una giovinetta bionda, non appare troppo sconvolta, forse per l’estrema fiducia posta nella celeste apparizione o per la bellissima veste decorata di tante aquile imperiali a indicare la sua scelta ghibellina. È un dipinto particolare che rivela importanti problematiche di conservazione; ma la buona notizia, di questi giorni, è che il suo restauro è cosa certa ed imminente. Ad assicurarcene è stato il neo direttore Pier Luigi Nieri, che da marzo è subentrato a Fabrizio Vallelonga, ora direttore del Museo Etrusco di Chiusi, restato al San Matteo solo un annetto e poco più.


Buono sapere che qualcuno salverà l’opera, ma chi salverà il museo dall’ignoranza di pisani e turisti? Dalla sua nascita (1949) ad oggi non c’è mai stata proporzione tra la bellezza delle opere che il museo custodisce e l’afflusso di visitatori; lo dicono gli esperti (in primis la prof.ssa Gioli, docente di Museologia del nostro ateneo intervistata sull’argomento), lo dicono le cifre. Gli ingressi nel 1996 sono stati 10.489, nel 2019 10.293 (anno pre-covid e quindi non penalizzato da questo). Non si tratta certo di pretendere i 4.391.895 visitatori degli Uffizi o di trovare dei colpevoli, quanto semmai capire i motivi di tanto insuccesso e se si può fare qualcosa. I pisani hanno un tesoro che non riescono a sfruttare, né per la loro ricreazione né per la loro formazione identitaria. Non sanno che c’è, non sanno cosa sognare di farsene, non sanno cosa pretendere dagli amministratori o da se stessi.

Chi salverà il museo dall’ignoranza di pisani e turisti? Dalla sua nascita ad oggi non c’è mai stata proporzione tra la bellezza delle sue opere e l’afflusso di visitatori


Un museo potrebbe essere un luogo che si abita, non necessariamente un posto in cui si va per vedere ogni volta tutta la collezione; potrebbe essere un luogo d’incontro e di dialogo, con gli esperti e con gli altri sulle opere e davanti alle opere. Un posto permeabile e sociale, dove si possono organizzare anche eventi culturali “altri”; nel caso specifico, un luogo dove si completa ed arricchisce la nostra identità culturale di cittadini di un’importante città medioevale. Il Museo di San Matteo ha una posizione invidiabile, un bellissimo chiostro, un’ampia sala molto grande per possibili eventi (che saggiamente Nieri si propone di predisporre al meglio quanto prima). Ma ha uno staff tecnico scientifico limitato, poco personale per garantire le aperture ordinarie (figuriamoci quelle straordinarie), non ha abbastanza stanze per esporre il proprio patrimonio (che in buona parte resta nei magazzini), è condannato ad essere conosciuto in rete solo grazie al sito della Direzione regionale musei della Toscana, che è un imbarazzante oggetto di modernariato, nemmeno leggibile col cellulare, mentre non sarebbe strano avesse addirittura un social media manager (più che un volenteroso direttore che quando può aggiorna la pagina Istagram); non ha un book shop, non ha un catalogo, non ha una sezione didattica permanente, non ha un impianto di climatizzazione, non ha un free wi-fi al suo interno, non ha un bar o un luogo dove è comodo stare ed incontrarsi.


È ovvio che un museo non adeguatamente comunicato non avrà incremento di visitatori, né maggiori ricavi; ma anche qualora l’avesse, i soldi andrebbero comunque alla Tesoreria Generale dello Stato; è il Mibact che poi li restituisce alla Direzione generale Musei, che a sua volta li riassegna alle direzioni regionali per il funzionamento base: bollette, manutenzione… solo la sussistenza insomma. Il Museo potrebbe forse decidere di chiedere la gestione autonoma, come ottenuto da poco dalla Pinacoteca di Siena; ma non è assolutamente chiaro né chi la debba chiedere, né come la si ottenga; è una scelta eminentemente politica, per ammissione dello stesso Dott. Casciu, direttore dei Musei Nazionali Toscani. È lo stesso Casciu a definire di fatto irrimediabile questo circolo vizioso che attanaglia il nostro e presumibilmente anche altri musei sotto la sua giurisdizione. La storia è sempre la stessa: i soldi sono pochi, senza un piano veramente lungimirante di investimento sulla comunicazione e gestione del nostro invidiabilissimo patrimonio artistico e la riforma Franceschini che pure elencando con nitidezza cosa ci dovrebbe essere per poter ben fare, di fatto non fornisce ai musei quei mezzi necessari che enuncia.

Da cittadini dovremmo aumentare la nostra consapevolezza sul San Matteo e su altri tesori pisani sottoutilizzati. Se li avessimo ben presenti, potremmo andare oltre l’adagio “bella la mi’ Pisa!”, sospirando al Duomo o intasando i social con le foto dei tramonti dal ponte della Fortezza


La palla torna quindi in mano a noi cittadini; dovremmo forse strepitare di più? Invocare situazioni nuove? Almeno dibatterne? Senz’altro prima di tutto sensibilizzarsi a questo e altri tesori presenti in città, sottoutilizzati oppure chiusi, sprangati, murati. Se li avessimo ben presenti, potremmo almeno andare oltre l’adagio “bella la mi’ Pisa!” sospirando al Duomo o intasando i social con le foto dei tramonti dal ponte della Fortezza.


Nell’angolo in alto a sinistra della tavola in cui Pisa è salvata dall’alluvione, anche Dio stende il braccio a coadiuvare lo sforzo della santa; senza aspettarci tanto, forse potremmo cercare di fare qualcosa: intanto chiedendo contezza dei tanti, troppi portoni chiusi in città, che ci fanno dimenticare cosa custodiscono; con buona pace di chi dovrebbe amministrare la cosa pubblica e invece perché incapace a trovare soluzioni a problematiche complesse che necessitano di coraggio e capacità gestionale, conta sull’oblio del cittadino. Per quanto ci riguarda è già avviata, per essere in edicola all’inizio del prossimo anno, un’indagine accurata sul lungo elenco dei tesori dormienti e occultati della nostra città, affinché ritorni luce e potenzialità sui tanti beni più grandi e più piccoli, senz’altro da non dimenticare.


Editoriale pubblicato sul numero 4 – Anno 8