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Meningite

I furbetti della meningite

Gli errori della stampa locale sull’epidemia che preoccupa il pisano medio 

di Sandro Noto

Nel corso di un’autentica epidemia, ripensare al clamore mediatico suscitato in Toscana dai casi di meningite del 2015, sembra ancora più grottesco. In questo articolo, pubblicato a novembre 2015 su Seconda Cronaca, Sandro Noto riportava alcune imprecisioni (o persino falsità) della stampa locale, a volte incline al sensazionalismo.  

A definirla “epidemia”, a onor del vero, oltre le locandine de Il Tirreno e La Nazione ci si è messo pure Francesco Menichetti, direttore dell’Unità operativa di Malattie infettive di Cisanello. Durante la conferenza stampa del 16 novembre ha dichiarato: «Nel 2015 la Toscana ha registrato 34 casi di meningite, di cui sette mortali. Ci ostiniamo a non chiamarla epidemia?». Di certo, rispetto agli anni precedenti (16 casi nel 2014, 12 nel 2013 e 18 nel 2011), vi è un peggioramento da contrastare nei modi più efficaci. Tuttavia, poiché “le parole sono importanti”, affidiamoci al dizionario Treccani, che alla voce “epidemia” spiega: “Manifestazione collettiva di una malattia che rapidamente si diffonde, per contagio diretto o indiretto, fino a colpire un gran numero di persone”. 34 soggetti, ossia lo 0,0009% dei 3 milioni e 750 mila toscani, proprio un “gran numero” non è. 

Passando invece al gergo puramente giornalistico, il sensazionalismo praticato dalle testate locali in questa vicenda sembra a tratti mirare allo spargimento di paura. Il 7 settembre, all’indomani del terzo caso di meningite del 2015 in provincia di Pisa, così Mario Neri attacca il suo pezzo sul Tirreno: “Sembra indistruttibile, un’onda che avanza, travolge, si ritira ma senza mai davvero smettere di rimanere in agguato. Il nemico alle porte. È tornata ancora una volta a colpire con il suo gorgo di spettri e paure la meningite”. 

Quando poi piuttosto che ai fatti si pensa ai clamori, spesso accade che di clamoroso ci siano soltanto gli errori di chi scrive. Il 30 marzo, sul Corriere Fiorentino, Viola Centi riferisce che “nel 2015 sono stati cinque i morti per meningite in Toscana: tre a Empoli, uno a Firenze e uno a Pisa”. Falso: in provincia di Pisa, nel 2015, nessuno è morto di meningite.

Il 12 gennaio, sul notiziario online di Radio Toscana, un titolo su un fantomatico caso di meningite a Cenaia, viene smentito dallo stesso articolo che ne segue. Titolo: “Gli diagnosticano otite, 17enne muore per meningite”. Attacco del pezzo: “Un diciassettenne di origine marocchina è morto oggi per una leucemia fulminante”.

La mattina del 24 ottobre a sbagliare sono persino gli addetti ai lavori. La Asl 5 di Pisa emana un comunicato stampa in cui informa che un ventiseienne spezzino, infermiere a Cisanello, è stato colpito da meningite da meningococco C, la più pericolosa. L’Ansa rilancia la notizia che in pochi minuti appare nei siti di vari quotidiani nazionali. Alcune ore dopo, però, arriva la rettifica della Asl 5: “Si tratta di una faringo-tonsillite”.

Vittima di un cattivo giornalismo può essere anche l’economia del territorio. Nel caso del 7 settembre, ad ammalarsi di meningite è stato uno studente sardo residente in città. Il ragazzo, nei giorni precedenti, aveva frequentato la pizzeria “Le Scuderie” e il cinema Odeon. Nel servizio pubblicato da Il Tirreno campeggiano le foto di questi locali ad “allarme contagio”. «Lo studente ha mangiato da noi il 28 agosto – ci dice Salvatore Langella, titolare de “Le Scuderie” – dieci giorni prima che la malattia si manifestasse. A Cisanello però i medici ci sconsigliarono la profilassi, spiegandoci che il periodo di incubazione della malattia è di circa sette giorni. Qui alle Scuderie non c’è stato alcun rischio di contagio, dunque, ma a causa di quegli articoli non ho avuto clienti per una settimana».

«Nei giorni successivi a quel caso – ci spiega uno dei proprietari del cinema Odeon – avevamo in programmazione il film “Roger Waters – The Wall”, e all’ingresso di una sala c’era un pannelo di cartone con dei mattoni disegnati. Una sera, una signora preoccupata mi chiede: “Avete murato la sala dove è stato il ragazzo con la meningite?”».

«È il mio figlio maschio»

di Sandro Noto

Per Sonia Falaschi la sua cioccolateria è un crocevia di affetti. Così ha scelto di non chiudere ai tempi del coronavirus

Uno dei vocaboli che dominano l’attualità è “percorso”. Quell’immutabile sequenza di luoghi che da casa ci conduce alle poche mete consentite: cassonetti, supermercato, farmacia. Tracciati disegnati anche, chissà, dall’imbarazzante auspicio di ridurre la probabilità di incontrare persone.       

La strada della mia quarantena è via San Francesco, da cui transito la mattina per raggiungere l’edicola di Borgo Stretto. Mi allieta ogni volta constatare che, insieme al fruttivendolo, l’unica attività aperta è la cioccolateria “Bon Bon”. Ai miei occhi raffigura un afflato di umano desiderio che resiste alla tragedia.

Dal negozio vuoto, nella strada vuota, irrompe la voce di Sonia Falaschi mentre annota gli ordini al telefono. La sua espressività, coerente ai profumi e agli incarti colorati che la circondano, valica la mascherina. «La futilità della cioccolata è indispensabile per l’umore dei miei clienti abituali – mi confida – Per il mio benessere, invece, devo rendermi utile a loro. Così, poiché la mia licenza include la vendita di generi alimentari, continuo a lavorare trascurando i guadagni: la merce è scontata del 30% e la consegno gratis. Mi ricompensa assecondare le mamme del Sud Italia, che mi chiamano per regalare un uovo ai figli, studenti fuorisede costretti a trascorrere la Pasqua in solitudine. “Recapitare” il loro amore mi commuove».

Rievocando i quarant’anni vissuti nella sua bottega Sonia danza. Fulminea protende le mani verso gli scaffali per mostrare e decantarmi rare delizie che poi mi sprona ad assaggiare. Modula il parlato alternando ricordi allegri e malinconici. A un tratto, consapevole della sua intensità, sorridendo mi confessa: «Scusami tesoro, è la passione. Le mie figlie me lo dicono sempre, forse con un pizzico di gelosia: “Il negozio è il tuo figlio maschio”. L’ho concepito durante un viaggio in Canada nel 1979, ispirata dalle sontuose confetterie scoperte lì. Abbandonai così gli studi in biologia per seguire questo impulso. La nascita di Bon Bon rivoluzionò la proposta dolciaria della Pisa di allora. Offrivo infusi di svariate provenienze, salsa di cipolle, marmellate ungheresi. “L’ho preso da Bon Bon” si iniziò presto a dire in città per sottintendere la raffinatezza dei prodotti acquistati qui». 

Sonia poi sbalza dalle memorie al 2021: «L’anno prossimo andrò in pensione e cederò l’attività. Sarà innaturale però, perché…». Esita cercando le parole giuste. «Perché Bon Bon sono io».   

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