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Pesci gatto, tartarughe e anguille elettriche: la quarantena segreta negli Acquari della Certosa

Il “pipistrello della discordia”, i cani a passeggio, la fauna selvatica che torna in città: in queste fasi della pandemia da Covid-19 gli animali sono stati grandi protagonisti. Ma agli abitanti dell’Acquario di Calci, chiuso dall’8 marzo, qualcuno ci ha pensato?

Nella foto: La nuotata in solitaria della tartaruga Piggy


di Chiara Zucchellini
foto di Enrico Mattia Del Punta

«Il luccio è sempre stato il mio pesce preferito. È entrato in servizio poco dopo di me, sicché ci sono sempre stato dietro. L’ho chiamato Semola, come ne La Spada nella Roccia… sai, no, che c’è il luccio… Se i pesci fossero tutti come lui non avremmo problemi. È un pesce modello: non si è mai ammalato, non è cattivo, mangia tranquillamente e ci lascia fare le pulizie». A parlare è Matteo Lucarelli, uno dei due manutentori dell’Acquario di Calci. Matteo è giovane, sorridente, e quando parla di pesci gli brillano gli occhi. Come il luccio, è in servizio ormai da due anni e affianca il manutentore senior, Alessandro Pancrazi. In collegamento con noi, Paola Nicolosi, referente degli Acquari dal 2018, gli dà la stura: «Vai, Matteo, sfogati!». E così arriva il fiume di parole, un fiume pieno di pesci – è il caso di dirlo! – e ogni spunto è un colpo di pinna che porta al successivo. Per esempio, già da qui capisco che i pesci dell’Acquario: a) talvolta hanno un nome di battesimo; b) sono pieni di sorprese (io il luccio de LaSpada nella Roccia lo ricordo cattivissimo); c) a volte si ammalano; d) possono richiedere cure rocambolesche.

All’interno del museo vuoto, Matteo Lucarelli si prepara a distribuire il pranzo nelle vasche che ospitano i pesci di fiume italiani

Ma prima di svelare la quarantena segreta fra gli acquari della Certosa, facciamo un passo indietro. L’Acquario di Calci, spiega Paola Nicolosi, è aperto dal 2008, ma è con l’ampliamento del 2016 che diventa l’acquario d’acqua dolce più grande d’Italia: 60mila litri per un centinaio di specie da tutti i continenti. In pratica, una fornace che non può essere spenta, nemmeno durante il lockdown che ne ha causato la temporanea chiusura (ancora adesso). Dall’8 marzo lo staff è in telelavoro, ma i pesci devono pur sempre essere nutriti e gestiti. Così, le mansioni dei tecnici che richiedono la presenza sul posto sono state compresse su tre giorni alternati a settimana e sono sovrintese da uno strumento nuovo. «La chat I nostri pesci dell’Acquario», ci dice Paola. «Ci siamo io, Matteo, Alessandro, l’ex direttore Roberto Barbuti, il veterinario Marco Salvadori e la dottoressa Francesca Susini del Laboratorio di Ittiologia dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Pisa».

A prescindere da quarantene, lockdown e tempi normali, fra i compiti dei due manutentori ci sono la verifica della buona salute dei pesci, il funzionamento delle luci e dei filtri, il loro lavaggio e la pulizia delle vasche. Per quanto riguarda il cambio dell’acqua, mi spiegano che c’è un sistema automatico con un timer che scatta quattro volte al giorno. I filtri, che si trovano in un’area a sé, sono collegati alle vasche tramite tubi e vengono puliti con un sistema meccanico. Poi, chiaramente, bisogna dare da mangiare ai pesci. «Normalmente non tutti mangiano tutti i giorni, però ogni giorno c’è qualcuno che mangia», chiarisce Matteo. «Se si sovralimenta il pesce, oltre ad avere un pesce grasso si sporca l’acqua, il che non gli fa bene, ma dato che adesso mangiano tutti in modo più dilazionato abbiamo ridotto i rifiuti. Ho solo i piranha un po’ tristi perché non gli butto più i bambini…». Ride, e in effetti l’idea di avere a che fare coi piranha non mi sembra molto allettante. «Ma no, sono meno aggressivi di quel che si pensa: non è che cali la mano e arrivano. Capiscono quando è ora di mangiare e reagiscono alla vista del ciotolino del mangime: lì arrivano, ma in modo pacato. Sono in una grossa vasca dove per la pulizia bisogna essere in due. Si accede con la scala, una volta sopra non vedi le macchie sul vetro quindi serve l’altro collega che ti dice dove pulire e tiene d’occhio anche i pesci. Ma i piranha, appena vedono la spatola che entra in acqua, si rimpiattano in un angolo».

Il pasto di un lepisosteo maculato (Lepisosteus oculatus): gli esemplari della vasca devono essere nutriti singolarmente perché due di loro tendono a “bullizzare” il terzo che altrimenti non riuscirebbe a mangiare a sufficienza

Ripenso a Semola il luccio. Se è un pacioccone che mangia tranquillo e si lascia pulire la vasca, deve pur esserci qualche specie più “agitata” di lui (e, a quanto pare, anche dei piranha). «Il pesce gatto. Che sia di due centimetri o di un metro, è una fogna», continua Matteo. «Uno dei nostri, Baffo Moretti, quando gli dai da mangiare ti chiappa le mani. Non fa male, il problema è se piglia il guanto e se lo ingoia. Poi c’è il ciclide giaguaro e già il nome te la dice tutta: ha sia le macchie sia il caratteraccio, va tenuto in vasca da solo. Certi pesci son dei personaggi… il pesce palla viene al vetro scodinzolando e agitando le braccine: non nuota con la coda ma coi pettorali, tipo battito d’ali, è una cosa buffissima. E poi ci sono quelli che ti vengono incontro e ti legnano!». Paola Nicolosi spiega che è nella natura delle specie più territoriali: la vasca è la loro casa, così mordono la spugna e il tubo della pompetta come se fossero pericolosi invasori. «Mi ritengo fortunato perché per ora sono stato morso solo da un discus, noto come uno dei pesci più delicati e pacifici nel mondo dell’acquariofilia! Ma anche le tartarughe, per dire, sono tutt’altro che amichevoli». Continua Matteo, e scopro che anche loro hanno un nome: due si chiamano Piggy, essendo della specie naso di porcello, mentre un’altra si chiama Molly perché ha il guscio molle. Molly è un maschio, ma pazienza: ormai il nome è quello.

Alessandro Pancrazi porta il pranzo ai voraci pesci gatto

La socialità degli abitanti dell’Acquario, quindi, è relativa: sia fra di loro, sia verso gli umani. Sono pesci abituati alla presenza dei visitatori, ma durante questo periodo senza pubblico la maggior parte non ha cambiato le proprie abitudini. Tranne due. «I coltello trombetta», dice senza esitazione Matteo, che li conosce uno per uno. «Da quando non c’è nessuno sono contenti e vanno a giro per la vasca. Sono parenti dell’anguilla elettrica, però non stecchiscono la gente con la scossa. C’è anche da dire che gli ho cambiato l’arredamento, gli ho messo più ripari, le piantine… sono un po’ paurosi, hanno paura soprattutto di Paola». «Quando si muovono sono splendidi», aggiunge lei. «Li abbiamo presi apposta, ma appena passo io si adagiano su un tronco, immobili. La prima volta mi prese un colpo perché sembravano morti!».

Due axolotl adulti mentre mangiano. Pur essendo un anfibio, l’axolotl mantiene le branchie per tutta la vita continuando a respirare nell’acqua anche “da grande” (si tratta di un fenomeno chiamato neotenia)

A proposito, è difficile stabilire un numero preciso di abitanti nell’Acquario perché i pesci nascono e muoiono, e non solo di vecchiaia. Il regime di igiene è stringente per non portare patogeni nelle vasche o viceversa, tuttavia anche fra i pesci ci sono malattie che possono diventare pandemie. «L’ictioftiriasi: la malattia dei puntini bianchi», dice Matteo, come uno scioglilingua. «Capita quando arrivano pesci nuovi: essendo in un ambiente nuovo si stressano, si debilita il sistema immunitario ed ecco la malattia. È molto contagiosa, bisogna isolare il pesce prima che contagi gli altri e trattarlo con medicinale nel cibo». In pratica, il pesce malato viene messo in quarantena. Paola Nicolosi precisa che l’Acquario ha un piccolo stabulario con vasche per l’isolamento. «Capita che i privati ci donino dei pesci – continua Matteo –, anche loro li teniamo in osservazione in quarantena. Ti devi aspettare di tutto: pesci tenuti in acquari troppo piccoli, sovraffollati, con compagni di vasca aggressivi che li hanno legnati… c’è da controllare che stiano bene e che si abituino al regime del museo».

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: durante la nostra quarantena, ci sono stati pesci in quarantena? Certo che sì, ma il motivo è allegro e ci fa scoprire il lato nascosto di Matteo: non solo manutentore, ma anche balia. «Durante la nostra quarantena abbiamo avuto delle nascite. Lo stabulario serve anche a questo: se mettiamo i neonati nelle vasche del museo è facile che il cambio ambientale li stecchisca o che finiscano nel filtro», spiega, ed elenca gli ultimi nati come se fossero i suoi. «Al momento ho attiva una riproduzione di Ancistrus, quei pesci che stanno appesi al vetro con la bocca a ventosa. Siamo alla quarta covata. Sono bellini perché hanno le cure parentali: il maschio fa la guardia alle uova, sventola le pinne per ossigenarle e bada ai piccoli nei primi giorni. Ma il nostro fiore all’occhiello sono gli axolotl, dei salamandroni del Messico che hanno un discreto impatto sul pubblico: chi li vede, o gli fanno schifo o son bellissimi! Al momento ho venti piccoli di tre covate diverse, allevarli è molto complesso e mi son dovuto fermare se no non sappiamo più dove metterli. Non mi aspettavo invece una deposizione di alcuni pesci gatto che ho tenuto in stabulario. Ce li ho portati a titolo personale, li ho presi nel Massaciuccoli con un dubbio sulla specie… perché dire pesce gatto è come dire pappagallo… poi un giorno ho trovato le uova e i piccoli!». E la vita continua, quarantena o no, pandemia o no: una fornace che non può essere spenta. Finché Baffo Moretti assalta i guantoni, i coltello trombetta si prendono gioco del prossimo, il pesce palla scodinzola e l’Ancistrus sventola le sue uova, viene da pensare che forse andrà davvero tutto bene.

In una vasca dello stabulario, un giovane axolotl riceve il suo pasto a base di piccoli crostacei


Glossario erudito (in ordine di apparizione)

  • Semola, il luccio italico (Esox cisalpinus)
  • I mansueti piranha “ventre rosso” (Pygocentrus nattereri)
  • Baffo Moretti, il pesce gatto dalla coda rossa (Phractocephalus hemioliopterus)
  • Il cattivissimo ciclide giaguaro (Parachromis managuensis)
  • Il gioioso pesce palla (Tetraodon lineatus)
  • L’imprevedibile discus (Symphysodon aequifasciatus)
  • Le due tartarughe Piggy (Carettochelys insculpta)
  • Molly dal guscio molle (Apalone spinifera)
  • Gli impertinenti coltello trombetta (Rhamphichthys rostratus)
  • I paterni Ancistrus sp.: si chiamano proprio così. Non sono indicati come una specie esatta perché quelli del mercato acquariofilo sono ibridi di origine sconosciuta. A volte sono noti con il nome comune Pleco dal naso a spazzola. A volte con quello meno appropriato di “pulitori”
  • I prolifici axolotl (Ambystoma mexicanum)

Cosa sognano i pisani in quarantena?

di Sandro Noto elaborazione grafica di Erica Artei

Seconda Cronaca vi invita a partecipare a un archivio onirico locale. Il primo contributo lo abbiamo scritto noi

Mai il giornalismo è stato così rutinario. Tutto evoca il Covid-19, dalle prime pagine agli oroscopi. A un subbuglio epocale è corrisposto un logorante appiattimento mediatico. Un paradosso “al quadrato”: il collasso dell’informazione su un’unica vicenda, sebbene eclatante, via via conduce all’impassibilità del pubblico. Un fenomeno perciò ovvio (tale è ormai il virus) che preclude inoltre l’azione umana e quindi l’origine delle storie. Nell’attuale monotonia, dove si celano allora le sorprese (ossia le notizie)?

All’inerzia corporea istigata dal Covid-19, si contrappone forse un fermento dell’immaginazione. In fondo ciascuno adesso è intento a rimodulare la propria identità proiettandola nell’incerto mondo post-pandemico, tra dilemmi pratici (“crolleranno gli interessi sui mutui?”) ed esistenziali (“sarò una persona migliore?”). Se dunque l’astratto è divenuto più stupefacente (cioè “notiziabile”, ribadisco) del reale, un giornale dovrebbe occuparsene, delineando magari una “cronaca dell’invisibile”.

Un’ambizione che in Seconda Cronaca spingiamo all’estremo, chiedendovi di raccontarci i vostri sogni (incubi inclusi, come da foto). È infatti accertato da psicologi, psichiatri e neurologi che l’emergenza sanitaria stia invigorendo l’attività onirica. E condividere la propria significa iniettare nel vissuto quelle sane fantasie che la pandemia ci sta inibendo: fatelo scrivendo a redazione@secondacronaca.it. Lunghezza a piacimento: non scorceremo né correggeremo i testi. Firmateli, almeno con uno pseudonimo.
Inizio io.


Ho sognato che sfrecciavo su uno scooter in coppia con Silvio Berlusconi. Guidavo io e non portavamo il casco. Il mezzo era un Piaggio NRG bordeaux (detto “Energy”), modello di tendenza fra i teenager pisani di metà anni Novanta (contemporaneo perciò alla “discesa in campo” del Cavaliere). Un dettaglio che riconduce la visione alla mia adolescenza, benché avessi l’aspetto odierno. Berlusconi invece era ringiovanito e rimpicciolito; così l’iconico doppiopetto gli cadeva largo esasperando lo svolazzo controvento. Fuggivamo come scippatori da un pericolo che ho dimenticato, insofferenti l’uno all’altro però complici. Percorrevamo ignote strade gremite di bambini che giocavano in calzoni corti.

Il prestigiatore Cesare Gabrielli, ovvero perché se vivi a Pisa devi vedere un film di De Sica

“I bambini ci guardano” del 1943 è un capolavoro del neorealismo, ma contiene anche una ragione locale per la quale ve ne suggeriamo la visione

di Antonio Petrolino

In queste settimane in tanti hanno cercato di aiutarci a passare il tempo domestico forzato.Velocemente sono apparsi corsi di ginnastica, di pizza napoletana e di giardinaggio e anche consigli per la lettura, l’ascolto e la visione. Tutti noi ne abbiamo tratto beneficio. Non essendo una rivista di settore, Seconda Cronaca non ha pensato di fare la stessa cosa. Solo che poi ci è venuto in mente un film e abbiamo cambiato idea.

Oggi vi proponiamo un film e non siamo soliti farlo. Quindi, come a volercene scusare, iniziamo giustificandoci. La questione è perché una testata locale e non di settore decida di proporre al suo pubblico, locale e anch’esso non di settore, la visione di un film. Ecco elencate alcune classiche motivazioni. Perché il film è stato girato a Pisa: falso! Perché si parla di Pisa: ma quando mai! Perché si vede la Torre: no, è girato a Roma e Alassio. Perché vi recitano attori pisani: no! La ragione è che in questo film appare un pisano (di Pontedera) la cui carriera è avvolta dal mistero, o meglio detto, la cui carriera è il mistero. E il pisano, nel film, recita sì, però interpreta se stesso. Si chiama Cesare Gabrielli. La vicenda di quest’uomo è così singolare che nel 1965, quando è morto ormai da oltre vent’anni, il giornalista Dino Buzzati prende un treno da Milano verso Pisa per saperne di più. Questo episodio lega il cinema al giornalismo e lo fa nello scenario della nostra provincia, per questo ve ne vogliamo parlare. Buzzati è cronista e inviato al Corriere della Sera e la storia ne farà uno dei più grandi, forse il maestro di tutti. Scrive spesso di esoterismo e credenze popolari, tanto che nel 1965 tiene sul Corriere una rubrica che si chiama “In cerca dell’Italia misteriosa”. Sono le ricerche per questa serie di articoli che lo portano a Pisa. Venerdì 3 settembre 1965 il Corriere pubblica un suo pezzo dal titolo “Gabrielli, vecchio fantasma”. Il Corriere è milanese, l’autore veneto di nascita, ma questo articolo è un’affascinante indagine giornalistica pisana.

Partiamo dall’inizio. Cesare Gabrielli è un mago, prestigiatore e illusionista. Nasce a Pontedera nel 1881 e da giovane fa il barbiere. Scrive Buzzati che un giorno, per superare un cagnone che blocca l’ingresso alla casa di un cliente che ha richiesto una barba a domicilio, Gabrielli lo ipnotizza. Il cane, non il cliente. Dopo questo episodio inizia con i primi spettacoli per bambini, poi aggiunge numeri più complicati e gira per i piccoli teatri della zona, ma le voci sulle sue doti corrono rapide. D’Annunzio lo definisce “l’uomo del futuro” e iniziano le tournée in mezzo mondo. Negli anni Venti del Novecento Gabrielli è una celebrità. In quel periodo a Pontedera, Pisa e dintorni si vede raramente, sempre impegnato in giro per il mondo.

Gabrielli morirà nel 1943 a Firenze, un anno dopo avere preso parte alle riprese di “I bambini ci guardano” di Vittorio De Sica. Per una scena del film, il regista ha bisogno di un prestigiatore. Si tratta di un ruolo secondario, ma non minore. Il film si sviluppa attorno alle menzogne messe in scena dai “grandi” di fronte ai bambini. Così anche lo spettacolo del prestigiatore, quello che dovrebbe distogliere i bambini dalle bugie, è una bugia anch’essa, l’illusione di un prestigiatore. Per questo ruolo De Sica potrebbe usare un attore, invece sceglie un professionista vero e si affida a Gabrielli. E, forse per riconoscenza o forse per la fama di cui Gabrielli, sebbene a fine carriera, gode ancora nel 1942, il regista decide di fare apparire il nome dell’illusionista nel film, quindi Gabrielli non recita il ruolo di un prestigiatore, ma è se stesso. Torniamo a Buzzati. Nell’articolo del 1965 il giornalista non fa riferimento a questo film, concentrando le indagini su chi ha conosciuto Gabrielli per comprenderne la personalità. La sua guida locale è Ferdinando Giannessi, professore universitario con residenza estiva a Buti. È lì che i due si incontrano prima di spostarsi a Pontedera, città natale del mago. Seguono due incontri con testimoni che definiscono carriera e carattere del personaggio, dall’aspetto, magrissimo come nel film, alla fortuna e alla decadenza di fine carriera, periodo in cui, scrive Buzzati, il mago fumava cento sigarette e faceva spettacoli privati in cambio di tabacco e cognac. Tra gli intervistati dal giornalista del Corriere è proprio Giannessi a ricordare di avere visto a Pisa uno spettacolo dell’illusionista. Nel dialogo con Buzzati, il professore specifica: “Ero in prima liceo e lo vidi a un avanspettacolo al Cinema Teatro Umberto”. Giannessi nel 1965 ha 39 anni, lo scrive Buzzati nell’articolo, quindi la sua prima liceo corrisponde a circa il 1940. Il Cinema Teatro Umberto è quello che poi, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, diverrà il Cinema Italia. La struttura del cinema esiste ancora, intatta, e contiene i locali di Benetton su Corso Italia. 

Lo spettacolo a cui fa riferimento Giannessi appartiene agli ultimi anni della carriera di Gabrielli, proprio il periodo in cui partecipa al film di De Sica, ma la vera gloria è precedente. L’articolo di Buzzati sul Corriere, infatti, attacca così: “Chi si ricorda Cesare Gabrielli, il famoso ipnotizzatore degli anni Venti?”. Prima di questo articolo e di questo film, noi Gabrielli non lo conoscevamo, però oltre a essere lettori di articoli di Buzzati e spettatori di De Sica siamo un giornale, quindi abbiamo pensato facesse parte delle cose giuste mettere un po’ del nostro lavoro su questa storia. Così ci è venuto in mente di cercare sulla stampa pisana del primo Novecento un segno del passaggio in città del mago all’apice della carriera. Ci mettiamo a consultare online l’emeroteca del Servizio Bibliotecario Nazionale dell’Università di Pisa. La ricerca appare lunga e complicata perché cercando “Gabrielli” vengono fuori centinaia di risultati, mentre la chiave di ricerca più ristretta “Cesare Gabrielli” non ne fornisce alcuno. Allora ci ricordiamo che, ne “I bambini ci guardano”, Gabrielli è presentato da un cartello con un improbabile appellativo, che non è mago, né prestigiatore, né illusionista. Il ricordo è vago, e il cartello nel film non c’è. Ci sono dei volantini però, lanciati da un aereo sulla spiaggia di Alassio e raccolti da un gruppo di bambini. Il volantino presenta lo spettacolo di magia di un prestigiatore chiamato “Prof. Gabrielli”. Ecco come lo chiamavano: professore! Torniamo sul sito dell’emeroteca e inseriamo la nuova chiave di ricerca: 2 risultati. Il primo è un numero de Il Corriere dell’Arno del 1880, troppo antico, Gabrielli nascerà un anno dopo, nell’81. Il secondo è Il Ponte di Pisa del maggio 1918. Allora clicchiamo e sfogliamo. 

Su Il Ponte di Pisa di quegli anni esiste una rubrica intitolata Fra Parrucche e Gibus che presenta i più interessanti spettacoli cittadini della settimana. È tra quelle righe che troviamo l’annuncio che il “prof. Gabrielli” sarà a Pisa, al teatro Rossi, il 25 maggio del 1918. Così, a questa storia che lega assieme con un filo (magico e invisibile!) il più grande cronista, un geniale prestigiatore tabagista, un capolavoro del cinema italiano e la nostra città, aggiungiamo, un po’ emozionati, un microscopico tassello. E lo ripubblichiamo per intero dopo 102 anni esatti: Fra Parrucche e Gibus // Al Rossi.Il famoso lettore del pensiero prof. Gabrielli terrà due sedute al Rossi Sabato sera 25 e Domenica sera 26 corrente. Gli esperimenti di trasmissione del pensiero hanno grande fascino sul nostro pubblico che si diverte e si distrae in un passatempo di curiosità e di decenza.

Negli aerei pisani che salvano le vite

In occasione di un nostro fotoreportage su un’esercitazione di trasporto in “bio-contenimento”, i medici della 46ª Brigata Aerea ci hanno raccontato il loro speciale rapporto con i pazienti (breve, ma spesso decisivo)

Nella foto: Una barella viene caricata all’interno dell’aereo


di Tiziana Paladini foto di Enrico Mattia Del Punta

Ci sono dottori che salvano vite senza neanche toccare i pazienti. E ci sono pazienti che viaggiano verso la salvezza con mezzi nati per altri scopi. Sono i pazienti e i dottori che decollano con gli aerei militari: da più di dieci anni l’Aeronautica Militare è impegnata nel Pronto Impiego Sanitario di Urgenza, un’attività assicurata per qualsiasi tipo di emergenza medica che ne richieda l’intervento.

«Le emergenze riguardano pazienti che si trovano in imminente pericolo di vita», ci dice il generale Girolamo Iadicicco, comandante della 46ª Brigata Aerea di Pisa. «Spesso sono piccoli pazienti che vengono portati soprattutto al reparto di terapia intensiva del “Bambino Gesù” di Roma o al “Gaslini” di Genova. In genere non abbiamo più notizie dei pazienti che trasportiamo: salvo casi di rilevanza nazionale evitiamo di chiedere un riscontro agli ospedali, anche per motivi di privacy. Prendere però in carico delle persone, affidarle ai nostri medici e infermieri e poi non saper più nulla di loro ci dispiace».

A questa attività di urgenza se ne affianca una ancora più specialistica che è il trasporto di pazienti altamente infettivi con la modalità di bio-contenimento, ovvero in totale isolamento e sicurezza. Il trasporto in bio-contenimento prevede che il paziente venga messo in una struttura che lo isola dall’ambiente esterno. L’isolamento avviene tramite due sistemi: attraverso la filtrazione dell’aria in uscita dalla barella (vengono utilizzati filtri HEPA che purificano il flusso d’aria del 99,98%) e attraverso l’applicazione di una pressione negativa che fa sì che tutto ciò che, in termini di germi, è all’interno della barella rimanga lì confinato. I medici e gli infermieri possono operare sul paziente grazie a sei coppie di manichette che terminano su un guanto.

La barella ha 6 coppie di manichette che terminano su un guanto per consentire all’equipe medica di essere a diretto contatto col paziente

Poco più di un decennio fa l’Aeronautica ha deciso di dotarsi di questa capacità, acquisendo speciali barelle e avvalendosi delle competenze del suo personale sanitario. E per lungo tempo solo l’Italia ha avuto questa specificità. In Europa poi si è aggiunta la Royal Air Force britannica. Curiosamente l’Italia aveva acquisito questa capacità proprio dagli inglesi che, pur detenendone il primato, avevano poi deciso di abbandonarla perché troppo dispendiosa per le loro necessità. «Abbiamo aggiunto tanta esperienza a quella che già avevamo – dice Iadicicco – Ci stiamo rivelando leader in questo settore: non a caso, di recente, il Ministro della difesa Guerini ha offerto la nostra capacità alle altre nazioni che aderiscono all’alleanza atlantica qualora ne avessero bisogno».

Con l’emergenza Covid questa peculiarità si è rivelata fondamentale, traducendosi fin dai primi di marzo in missioni di trasporto in bio-contenimento da un ospedale all’altro, soprattutto per alleviare la pressione sul nord Italia. «All’inizio dell’emergenza – spiega il comandante – questo è stato possibile grazie agli elicotteri del 15° Stormo dell’Aeronautica (di stanza a Cervia, ndr). Poi è subentrata la necessità di trasporti presso centri di cura più lontani, in Italia e all’estero, così si è attivata la 46ª con i suoi C130 e i C27J, per la versatilità degli aerei, in grado di trasportare da tre a cinque barelle insieme, e per la velocità dei mezzi».

L’interno di un C130

Così i ritmi di lavoro si sono fatti sempre più serrati. In media ogni anno la 46ª effettua tra le 6 e le 12 missioni. A causa del Covid però nel giro di un mese, a partire dallo scorso 12 marzo, sono stati effettuati 9 voli per 17 pazienti. L’organizzazione di un trasporto in bio-contenimento è complessa. Per approntare l’equipaggiamento c’è bisogno di tempo: la sanificazione delle barelle consiste nell’iniettare e nebulizzare al loro interno una sostanza che, dopo cinque ore, viene fatta evaporare; vengono sanificati tutti i materiali usati, tranne quelli monouso che vengono eliminati. Al rientro da un trasporto, però, la squadra è in grado di ripartire nel giro di sole tre ore, perché altre barelle sono già pronte per essere utilizzate. Il personale sanitario è affiancato dagli specialisti di volo che si occupano delle operazioni di carico e scarico e soprattutto del bilanciamento dei pesi all’interno dell’aereo per garantirne la stabilità e agevolare così il lavoro di medici e infermieri.

Gli specialisti di volo, in genere tre, si occupano delle operazioni di carico e scarico e del bilanciamento dei pesi all’interno dell’aereo

Tra i medici coinvolti c’è il tenente colonnello Crispino Ippolito, che lavora all’Istituto di Medicina Aerospaziale di Milano-Linate. È stato richiamato a Pisa essendo un anestesista rianimatore addestrato per il trasporto in bio-contenimento. «Prendersi cura di pazienti Covid – ci spiega – non è come avere a che fare con altri tipi di pazienti. Innanzitutto perché presentano criticità di carattere generale. Inoltre il tipo di barella complica le operazioni, soprattutto di notte, quando la temperatura è più bassa: è come lavorare contro la gravità perché queste maniche di plastica, essendo abbastanza rigide, ostacolano i nostri movimenti». Ippolito spiega che la stabilità in volo sicuramente non è la stessa di quando si lavora “a terra”, ma chi fa questo tipo di lavoro ormai è abituato; gli unici problemi si riscontrano al decollo e all’atterraggio, fasi durante le quali medici e infermieri dovrebbero rimanere seduti. «Soprattutto con i primi pazienti, al momento del decollo è capitato di dover stare in piedi, perché il paziente non era ancora stabilizzato perfettamente dal punto di vista delle sue condizioni cliniche. L’assistenza al paziente ha sempre la priorità. Spesso poi i pazienti sono coscienti e qualche volta spaventati. È comprensibile: le barelle sono una specie di gabbia di plastica, stare lì dentro può essere angosciante. Un paziente che abbiamo trasportato di recente ha avuto un momento di sconforto e ha iniziato a piangere. Allora l’infermiere si è avvicinato, gli ha dato una piccola pacca sulla spalla e hanno iniziato a chiacchierare. Così, piano piano, la tensione si è allentata. È stato un momento molto intenso». I pazienti presi in carico dai medici e dagli infermieri militari per poche ore diventano i “loro” pazienti: «Dobbiamo essere all’altezza dei nostri colleghi degli ospedali, che ce li affidano pieni di speranza. Ci piace dire non tanto che curiamo, ma che “ci prendiamo cura” delle persone che ci vengono affidate. Non solo dal punto di vista clinico, ma anche in senso umano. È impossibile non essere empatici, altrimenti non faremmo questo lavoro. Per questo forse è difficile vederli andare via sapendo che difficilmente avremo loro notizie. Ho quasi paura a chiamare i colleghi per sapere come stanno i pazienti, si rimane sempre in pensiero».

Un medico in attesa di salire a bordo dell’aereo

Ogni tanto però arrivano delle belle notizie, anche per l’attività di emergenza “ordinaria”. Come l’anno scorso, quando uomini e donne della 46ª sono stati invitati al “Bambino Gesù” dove non solo hanno potuto conoscere i medici e gli infermieri che hanno curato i bambini portati lì, ma hanno anche saputo che alcuni di loro, nel frattempo, erano guariti e rientrati a casa.

Come adeguarsi alle mascherine chirurgiche grazie al teatro in maschera

di Franco Farina e Sandro Noto foto di Erica Artei

Seconda Cronaca conobbe l’attore fiorentino Duccio Bellugi Vannuccini nell’estate del 2017 a San Miniato, lavorando a un reportage su Prima del Teatro. Pilastro del Théâtre du Soleil, storica compagnia avanguardista di Parigi, stava conducendo un seminario sull’improvvisazione connessa all’uso di maschere balinesi e della commedia dell’arte. 

Ci parlò di come la maschera sul corpo dell’attore permetta la straordinaria apparizione di un personaggio e di come il corpo per accoglierlo debba sapersi modificare; di come l’attore debba indossare la maschera attraverso un ben preciso rituale. Solo a queste condizioni assistiamo alla sparizione dell’attore e alla comparsa di un Arlecchino, di un Brighella o di un bondres balinese. Solo se sa fare questo l’attore può dar vita al personaggio, altrimenti “soffocherà” sotto la maschera.  

A Duccio, che di maschere appunto se ne intende e parecchio, dal punto di vista antropologico, teatrale e formativo, abbiamo chiesto che ne sarà di noi adesso che una maschera particolare siamo costretti ad utilizzarla e col suo diminutivo in “ina” non assicura certo di essere meno potente ed innocua. Le mascherine chirurgiche imposte dal Covid-19 alterano infatti l’umore, la fisionomia e il tono della voce, costringendoci a rivisitare la nostra identità. Enfatizzano il ritmo e l’odore del fiato, rendendocene consci tra stupore e disagio. Così in questa video intervista realizzata da Sandro Noto e Franco Farina l’attore Duccio Bellugi Vannuccini ha immaginato (“giocando”) quali benefici potremmo attingere dall’arte della scena per affrontare la routine ai tempi del Covid-19 (spoiler: nei palcoscenici il “distanziamento sociale” è da sempre una regola).

L’essere vivente più anziano di Pisa

di Antonio Petrolino

È un albero, così longevo perché da due secoli si fa gli affari suoi 

Anni fa mi capitò di intervistare il professor Giacomo Lorenzini, ordinario di Patologia vegetale presso il Dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e agro-ambientali dell’Università di Pisa. L’argomento di allora era (sic!) un’epidemia, quella che stava colpendo i platani cittadini. Ne furono abbattuti a decine a causa di una malattia chiamata “cancro colorato del platano”. Una cosa in particolare mi rimase impressa di quella chiacchierata. Secondo Lorenzini l’essere vivente più anziano di Pisa (giardino botanico chiaramente escluso dal computo) è un albero. Il platano accanto alla Cittadella. Secondo il professore ha circa duecento anni e sopravvive così a lungo grazie al fatto che non ha altre piante vicine e quindi è più tutelato verso la trasmissione di parassiti e malattie. Di fatto, il platano è in isolamento da due secoli.

E allora siamo andati a ricercare questo albero nelle foto più antiche che abbiamo trovato (chiedendo al nostro direttore di sfogliare per noi la sua intera biblioteca di storia pisana). Ecco il confronto con oggi.

Foto di copertina A sinistra: la Cittadella fotografata all’inizio del Novecento con un albero sulla destra. Foto tratta da “Pisa una volta” di Athos Bigongiali, Pacini Editore. A destra: la Cittadella oggi. Foto di Federico Pellicci.
Conclusione: potrebbe essere lui.

Di seguitoFoto 1: 1922 – il Sostegno con la Cittadella e un albero sullo sfondo. Foto tratta da “Almanacco pisano” di Giampiero Lucchesi, Tg Book Editore. Foto 2 : la stessa vista oggi. Immagine tratta da Google Street View.
Conclusione: potrebbe essere lui di nuovo.

Foto 1
Foto 2

«Il mio pianoforte è Corso Italia, il pc le Vettovaglie»

di Matilde Giampieri foto dall’isolamento di Tommaso Novi

La mania del caffè e dei bastoncini di pesce. La nostalgia della pesca e della motocicletta. Viaggi mentali e confessioni di Tommaso Novi in quarantena, “recluso” in una casa che ne svela vizi, passioni e ossessioni

«Provo una sensazione d’odio verso i social, come mai prima d’ora. Non mi ritrovo proprio per niente in questa angoscia generale, tutti che si disperano. Non riesco proprio a comprenderlo». Mentre quasi tutto il mondo è in preda al panico da quarantena, Tommaso Novi rappresenta una grande eccezione. Venti anni fa si era reso conto che la sua vita era diventata come il film Trainspotting e volle mettere fine a quel vortice di dipendenze. Come una monaca decise di chiudersi in una clausura forzata e di prendersi una pausa dal mondo circostante. «La prima clausura l’ho vissuta come una manna dal cielo, nel senso che è stata per me una scoperta geniale. Mi sono sentito un eroe. Ho reagito diversamente per quanto riguarda questa quarantena perché potrei sprofondare a livelli che non ho mai toccato (un eccesso di abbrutimento da divano). C’è questa condizione di allerta costante che mi porta a fare movimento, faccio squat, flessioni, rispondo al telefono. Insomma, ho quarant’anni ed è tutto diverso, anche se alcune azioni si ripetono».

Durante la prima clausura Tommaso sostituì alla vita reale quella virtuale, che lo teneva a giocare al pc anche quattordici ore filate. Fu un periodo frenetico che vide Tommaso destreggiarsi tra svariati livelli e trincee virtuali. Se mi copri rollo al volo, il suo album uscito nel 2017, è il riassunto perfetto di quel periodo di clausura. I videogame sono rimasti una costante nella sua vita: un pc per scoprire una nuova realtà fatta di fughe, battaglie, guerre e strategie. Ecco che il videogioco Terraria diventa una grande metafora della sua esistenza, passata e odierna: si tratta di un escape game in cui bisogna scavare all’infinito per ottenere il materiale necessario per costruire il proprio mondo. Non a caso Mi sono scavato la casa è il titolo del suo primo libro, e a suon di livelli e di sfide Tommaso è riuscito a costruire la sua realtà così particolare, eclettica, ludica. «Sono passati esattamente vent’anni dall’ultima clausura», ed oggi, che la pandemia ha chiuso nuovamente l’ex cantante dei Gatti Mezzi nelle quattro mura di casa, le cose sono un po’ cambiate. «Ho capito di aver attraversato due fasi: in prima battuta ho subito pensato di essere più ganzo di tutti perché avevo già vissuto una situazione simile, con il passare delle settimane avverto un sentimento strano e diverso dal sentire comune. Sono sicuro che mi sentirò ancora peggio quando tutto finirà perché io sto bene a casa».

Il rumore del decollo degli aerei e il cigolio delle ruote dei treni fanno da colonna sonora al quartiere San Marco. Questo suono inconfondibile pervade la casa di Tommaso e si mischia alle note del suo pianoforte per arrivare fino a me, collegata in videochiamata da San Martino. Approfitto della situazione, e della sua indole, per realizzare un’intervista che diventa ben presto un gioco in cui, non potendo muovere le mie pedine da sola, lascio fare a lui. Questo gioco ha fatto sì che Tommaso diventasse anche fotografo e così ha aperto le porte della sua casa attraverso racconti e immagini. La partita inizia. «Mi piace pensare alla mia casa come alle zone di una città», dice Tommaso, iniziando a fare da cicerone nella sua Pisa in miniatura: piazza delle Vettovaglie con i suoi chiacchiericci, la musica fino a tardi e la perenne coltre di fumo è l’angolo del computer con due casse che sparano a volume altissimo le colonne sonore dei videogiochi. Proprio su quel 24 pollici si è formato il suo gruppo di gamers, “I cinghiali erranti”, che rappresenta una piazza virtuale. La sedia si gira ed è ponte di Mezzo per catapultarci tra le vetrine di Corso Italia: «Quando suono ho questa forte pulsione di cercare qualcuno che mi ascolterà, quindi il pianoforte sfama il mio narcisismo, d’altro canto si va in Corso per farsi vedere, per vivere la crema della società. Così mi piace pensare al pianoforte come a una vasca in Corso Italia». Il cuore della casa è proprio questo enorme pianoforte a coda sul quale si è generata un’entropia totale che vede i soldatini mischiarsi agli spartiti di Mozart e agli accordi di Dalla.

Allora il giardino circondato da siepi che impediscono la vista è il viale delle Piagge e così Tommaso, con la scusa di “buttare via il vetro”, scappa per un momento dalla sua Recanati e inizia un’avventura sulla via Sant’Efisio e Potito dove riscopre «sensazioni psico-fisiche molto gratificanti: il vento, la camminata, ma soprattutto guardare oggetti lontani. E così capisco che la quarantena ha provocato degli effetti anche su di me che ci sono abituato». Confessa che rivivere la clausura a vent’anni di distanza fa un certo effetto, oltretutto non la vive completamente da solo: per metà della settimana c’è il figlio con lui e questo ha fatto riemergere la sua «parte paterna fatta di orari, scadenze, normalità e di notifiche della chat delle mamme». Il figlio lo riporta alla normalità e cambia anche la sua dieta abituale. «Ho un rapporto strano con il cibo, quasi al limite del disturbo alimentare. Mi cibo più che altro per sopravvivenza», tanto che il piatto forte in casa Novi in questi giorni è bastoncini di pesce, crackers e maionese.

L’offerta del frigo di Tommaso Novi

«Fino ai trent’anni ho cucinato pranzo e cena con molto piacere. Apparecchiare e mettere in tavola un pasto a una persona secondo me è un grande gesto d’amore. In questi ultimi anni vivo un po’ la contraddizione che vede da una parte la mia passione per la cucina e dall’altra un certo rifiuto che probabilmente deriva dalla condizione del single separato. A volte mi trovo a tavola da solo e capita che faccio qualche riflessione un po’ dolorosa, così sto meglio mangiando un tramezzino mentre sono in guerra sul pc. Quando c’è mio figlio torno ad essere una persona normale». Un sentimento paterno ritrovato, una voglia di “guardare lontano oltre la siepe”, uno stato di allerta costante per tenere d’occhio il giusto bilancio di vizi e virtù. Insomma, siamo di fronte a un Tommaso Novi cambiato. Aggiornato alla versione 2.0 di sé stesso.

Tommaso ha molte fissazioni, e una dipendenza su tutte: il caffè. «Senza pianoforte, senza pc, senza tabacco riesco a vivere, ma senza caffè mi è impossibile». E poi ci sono le svariate ventoline, stufe e phon che nell’entropia generale di casa Novi regnano sovrani: «In ogni stanza ho una ventolina che fa rumore e quando mi sposto le accendo, mi aiutano a pensare. È una piccola dipendenza, fra tutte le altre, che però non trovo così pericolosa».C’è un argomento che al solo nominarlo fa dilatare le pupille di Tommaso come se fosse qualcosa di stupefacente: «Boia, è una delle cose che sto smaniando di più. La pesca è uno dei motivi che mi fa uscire di casa anche a cose normali. Farei carte false per un permessino che mi portasse sul mare. Finita la quarantena prendo la moto e scappo a pescà’, subito. Quando monto in moto perdo il cervello. È una moto che va molto forte, quando hai spazio in autostrada e puoi tirarle un po’ il collo avviene questo bombardamento di dopamina, serotonina, insomma un mix devastante. Poi scendi e ti lascia addosso qualcosa di paragonabile a sostanze pesanti, un delirio di onnipotenza. Diciamo che quando sono in moto mi sento molto bello». E aggiunge: «Passi per le vie, tutti ti guardano e pensi “Madonna ragazzi, ma cosa ciò, ma cosa sono?”». È da queste sensazioni che nasce il nuovo singolo Molto bello, una canzone che parla della «libertà e della follia che ti entra nella testa quando vai forte sulla moto. È un po’ come quando ti metti un vestito e in questo senso mi sento molto femmina». E parlando di “femminilità” mi dice della moto e della sua compagna: «Vado da solo, ma rimane molto bello anche andare in due. Con la giusta “zavorrina” è un’altra cosa; è veramente ganzo. Poi finita la quarantena la passo a prendere».

Lo strano caso della testa falsa di Modigliani battuta dieci piatti di pasta

Una pizzeria di Porta a Lucca lo scenario

di Antonio Petrolino foto di Alice Falconcini

L’ultima volta che ho preso il telefono per Seconda Cronaca era di febbraio. Vi ho registrato sopra un’intervista mentre il fuoco di un forno a legna scoppiettava fastidioso in sottofondo. Mi trovavo, con Alice alle foto, al bancone della pizzeria La Spigolatrice, in via Cagliari. Quel forno è spento dal 9 marzo. In aprile, invece, questa storia avrebbe dovuto uscire sul cartaceo. Vi si racconta di arte, Livorno e piatti di pasta. Ma quel numero non c’è stato. Nell’attesa di tornare in pizzeria, in edicola e, sì, anche a Livorno, ho creduto di sfornarlo questo fatto curioso successo a Porta a Lucca nel 1984. Occhio che scotta.

Vittorio, pizzaiolo e gestore della Spigolatrice: «Non lo so se può avere un valore sul mercato, una volta un tizio mi offrì trecento euro per portarla via questa testa, ma io rifiutai. Non lo so, forse non vale niente, so soltanto quanto ho pagato io per averla: dieci piatti di pasta». Seconda Cronaca: «Come dieci piatti di pasta?». Vittorio: «Ok, partiamo dall’inizio».

Nell’agosto del 1984 i livornesi confezionano il più grande capolavoro della storia dell’arte labronica: la beffa di Modigliani. La storia è nota, ma troppo bella per non spendervi qualche riga. In città da decenni si fa strada la leggenda secondo la quale Amedeo Modigliani in un momento di ira e delusione, dovuto alla scarsa considerazione degli artisti del Caffè Bardi verso le sue opere, avrebbe caricato su un carretto tre figure di testa scolpite su blocchi di pietra e, giunto sul Fosso Reale, le avrebbe lasciate cadere oltre il muretto. Autorevoli personalità (e persino la figlia di Modì) additano questa storia come immaginaria e inverosimile, ma personaggi di altrettanto rilievo nel panorama della cultura italiana vi danno credito. Fatto sta che nell’agosto del 1984, appunto, i livornesi cominciano a dragare il Fosso Reale in cerca delle teste. Negli stessi giorni, però, altri livornesi preparano il capolavoro. Tre studenti prima e un artista dopo scolpiscono un totale di tre teste su blocchi di pietra e le lanciano nel fosso. Dopo qualche tempo le draghe le ripescano e la comunità di storici dell’arte di mezzo mondo ci casca fragorosamente. Non tutti ovviamente, ma molti e illustri. I primi falsari a venire allo scoperto sono i tre studenti che si mostrano ritratti con la testa scolpita prima del lancio nel fosso e vanno in tv, da Speciale TG1 e Maurizio Costanzo show, a mostrare come si scolpisce un Modigliani in meno di due ore. Per critici, soprintendenze e storici dell’arte coinvolti è una beffa colossale, forse mai eguagliata.

In quei giorni, a Pisa, un falegname ripete le sue giornate identiche in via Cagliari. Al mattino sveglia e lettura giornali alla Spigolatrice (che al tempo apriva anche come bar), poi a lavoro nella bottega, che poi è un garage in fondo alla via, e la sera di nuovo alla Spigolatrice a prendere un piatto caldo di pasta da portare a casa (che è sopra il garage). Il falegname non mangia mai nei locali della Spigolatrice per contenere i costi. Relativamente alla condizione economica non attraversa un periodo sereno della propria esistenza. Si chiama Piero Sbrana e ha sessant’anni.

Una di queste identiche mattine Sbrana sta sfogliando Il Tirreno mentre beve il caffè. Vittorio: «Ecco, ora io non posso ricordare i dettagli, ma certo è che andò pressappoco così: sul Tirreno si parlava della storia delle teste di Livorno e degli studenti che le avevano scolpite in due ore. E allora Sbrana deve aver detto qualcosa del tipo “Eh, ci vuole anche meno tempo a farle” e qualcuno deve avergli risposto “Falle te allora, se sei bravo!” e lui deve avere commentato qualche altra cosa come “Se poi qualcuno me le compra, le faccio sì!” e io devo avere detto “Una testa te la compro io. Quanto vuoi?” e lui rispose, di questo sono certo, esattamente così: “Se mi dai dieci piatti di pasta da portare via, vedrai se te la faccio!” E io accettai all’istante». Eccola la testa, di certo non esposta, più che altro si direbbe appoggiata a una mensola accanto a un dispenser di accendini. Entrambe le opere, testa e dispenser, sono senza dubbio espressione degli anni Ottanta. La testa è custodita dentro una teca di legno e vetro dentro la quale lo stesso Piero Sbrana la consegnò. Vittorio: «Saranno passati quattro o cinque giorni e Sbrana tornò con la testa dentro questa teca. L’aveva scolpita su un pezzo di pietra serena che aveva in garage. Ci tenne a precisare che ci aveva messo meno di due ore: un’ora e cinquantadue minuti. È bella vero? Sbrana aveva una grande mano. In casa nostra ci sono tutti i mobili fatti da lui su misura». La testa viene ammirata dai clienti del locale e la voce, che in una pizzeria di Porta a Lucca c’è una testa uguale a quelle di Livorno, si diffonde veloce tanto è che un collega del Tirreno dell’epoca va a trovare Vittorio e Piero Sbrana alla Spigolatrice. Il cronista chiama la testa della Spigolatrice “Modì 5”. 

Seconda Cronaca: «Vittorio, le teste di Livorno erano tre, perché “Modì 5”?». Vittorio: «Perché Sbrana disse che ne aveva scolpita un’altra, la quarta testa, ma nessuno l’ha mai vista». Piero Sbrana è morto da più di dieci anni. Di “Modì 4” ancora nessuna traccia.