Orgoglio pendente, o della TorreStorta

In anteprima il primo manifesto queer pisano

La Torre è decisamente un simbolo queer: è eccentrica, sfacciata e resistente. È storta: sfida la norma e la rovescia, trasforma l’errore in meraviglia, la stranezza in valore. La Torre non si raddrizza. Né ieri, quando era meta di battuage per i parà gay (ovviamente clandestini), né oggi, che è a pieno titolo protagonista della “rivolta gender”. Alla sua ombra ci sono movimenti, realtà organizzate, associazioni e persone singole che conducono una battaglia culturale sotto una corazza di libri, arti, libere espressioni del corpo e della sessualità. Obbiettivo: una società più equa, sul solco – piuttosto implicito – delle spinte libertarie dell’anno raccontato in questo numero, ma rivedute e corrette. Tanti soggetti insieme che segnano un primo colpo con un calendario 2018 di iniziative culturali per la città, che si chiama, neanche a dirlo, “La Torre storta”, e che Seconda Cronaca vi racconta in anteprima: “La queerness è già qui”.

Le teorie queer mirano al superamento delle categorie di genere e ne contestano il carattere normativo e repressivo nei confronti di tutte le identità non conformi.

Arsenio, cosplayer e modello, vive a Cascina

Manifesto queer
Scrivono così i protagonisti di questa stagione – Pinkriot, Teatro Rossi Aperto, Lumière, Cantiere San Bernardo, Queersquilie, La Collettiva, Pum – nel manifesto che annuncia gli eventi, in programma da marzo a novembre: “La queerness è già qui e attraversa gli abitanti di questa città apparentemente placida e ferma, attenta a esaltare il suo passato remoto di libero comune portuale prima e di Medicea rilevanza poi; dimentica invece del suo passato recente che dal ‘68 al ‘77, dalla scena punk all’impegno quotidiano dei centri sociali, ha sempre espresso delle forme di vita in controtendenza. Storte, punk. Queer.”

Si domandano “cosa può essere il queer nello spazio pubblico di questa città universitaria; come i nostri corpi differenti, sfaccettati e ambigui percorrono il suo spazio apparentemente liscio, quali drag indossiamo quotidianamente per assolvere alla rispettabilità della vita accademica? Dove si rintana la sessualità polimorfa della città della Torre Storta? L’ammiccante Pisa può essere una città per i soggetti queer?”. Le risposte verranno svelate “nelle comunità che già esistono”, dicono, negli spazi del quotidiano: “Dai desideri privatizzati nelle nostre camere in affitto a 300 e più euro, affogati in fiumi di birra; dai luoghi in cui abbiamo provato a costruire altre forme di relazione, di amicizia e di condivisione”. Da tutto questo, aggiungono, “vorremmo portare alla luce spettacoli, concerti, laboratori, incontri, discussioni. Partendo da noi e dai nostri corpi favolosi, far scintillare la possibilità che possono esistere forme di vita fuori dalla Norma, spazi in cui si entra con la barba e si esce col rossetto, in cui la gonna e il pantalone non sono in contraddizione; spazi favolosi e brillanti, spazi in cui è possibile fallire dalla Norma col sorriso sulle labbra”.

Le risposte verranno svelate “nelle comunità che già esistono”, dicono, negli spazi del quotidiano: “Dai desideri privatizzati nelle nostre camere in affitto a 300 e più euro, affogati in fiumi di birra; dai luoghi in cui abbiamo provato a costruire altre forme di relazione, di amicizia e di condivisione”. Da tutto questo, aggiungono, “vorremmo portare alla luce spettacoli, concerti, laboratori, incontri, discussioni. Partendo da noi e dai nostri corpi favolosi, far scintillare la possibilità che possono esistere forme di vita fuori dalla Norma, spazi in cui si entra con la barba e si esce col rossetto, in cui la gonna e il pantalone non sono in contraddizione; spazi favolosi e brillanti, spazi in cui è possibile fallire dalla Norma col sorriso sulle labbra”.

“Queer” è un termine ombrello che in inglese significa eccentrico, storto, strano.
Nasce come un insulto ma è stato riappropriato nell’ambito delle teorie di genere, per indicare tutte le identità, gli orientamenti, le pratiche e i corpi non riconducibili ad un rigido binarismo maschile/femminile o alla norma eterosessuale.

Ieri e oggi
L’immaginazione di nuovo al potere quindi, come nel ‘68 ma senza l’eterosessualità “obbligatoria”. Non che venisse richiesto il certificato, ma di certo tra le fila dei movimenti di contestazione di quell’anno la popolazione Lgbt non era così folta, neanche a Pisa. La marea dell’erotismo libero restava confinata in ambito etero e nella sua dimensione provinciale, seppure con risultati importanti: le studentesse per la prima volta a dormire fuori casa, durante l’occupazione della Sapienza, o in compagnia degli operai della Saint-Gobain, scesi in piazza poco dopo. Ma i gay stavano da un’altra parte. «C’erano amicizie, legami e relazioni, non si poteva parlare di comunità», racconta Ezio Menzione, avvocato da sempre schierato con i movimenti per i diritti Lgbt, di cui ha vissuto nascita e crescita. «Cominciavamo a riflettere su noi stessi, nei luoghi privati delle nostre case, di spazi non pubblici. Il problema era l’aggregazione in forma politica».

I “personaggi eccentrici” c’erano sempre stati in città, sin dal dopoguerra. Pietro Merli, già vicepresidente del Teatro Verdi e memoria storica di quegli anni, ricorda Ughino, «un professore ebreo che si tingeva le labbra e aveva movenze femminili. Fece diplomare tanti ragazzi e lavoratori, la sera andavano da lui a studiare»; dice che «era un numero per Pisa». C’era il figlio di un commerciante del centro, «con le più belle gambe della città, e si accompagnava con un ragazzo di bottega, la Fioraia. Andò via per diventare parrucchiera per signore, a nord». Accettati come folclore, tollerati finché “non davano scandalo”, ma privi di identità politica e socialmente svantaggiati.

Nel privato ecco invece la Pisa polimorfa e ammiccante, con i suoi luoghi di incontro per chi cercava sesso occasionale, come la Torre per i parà, dove si verificavano cortocircuiti inattesi: «Barriere sociali abbattute dalla curiosità gay – dice Menzione – perché l’incontro avveniva fra studente e operaio, fra dirigente e subalterno, fra italiano e straniero». Qui, come nel resto d’Italia, ad aprire la battaglia politica furono i Radicali del Fuori!, il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, ma solo nel 1971. Sarà con la seconda stagione di contestazione, quella degli anni ‘70, che anche a Pisa i movimenti Lbgt appariranno sulla scena in quanto soggetti aggregati, prima in piccoli gruppi di autocoscienza, poi dal ‘75 attraverso sigle e collettivi.

Nel ‘75 infatti apre la prima sede del Fuori! in piazza San Omobono, e nel 1977 si trasferisce a Calci Francesco Merlini, omosessuale dichiarato, scrittore e fotografo, firma dello storico giornale torinese Lambda. Sposato con Laura Fossetti, lesbica, traduttrice di Orazio e colonna portante dell’Istituto di Filosofia, vissero in una casa a Montemagno che divenne rifugio e luogo di incontro per una folta comunità di persone, negli anni a venire. “La casa di via del Campo”, in ricordo della canzone di Amália Rodrigues, un luogo pieno di libri, “in cui ci si poteva vestire in modo eccentrico e discutere liberamente”. Un luogo da cui passò il vero 1968 del movimento Lgbt a Pisa, cioè il 1979, quando venne celebrato qui il primo Pride in Italia: l’anno prossimo saranno 40 anni, gli anniversari ci piacciono un sacco.

Mathilde, queer punk, vive a Pisa

di Cinzia Colosimo foto di Paolo Tomassini

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