Menava forte la Banda Bistecca

Bulli di periferia, incubo di Corso Italia. Una vicenda fra mito e realtà, nella Pisa sottoproletaria degli anni Settanta

Se fosse solo per i nomi, questa storia farebbe ridere. Il capo della Banda Bistecca, “il Bistecca”, si chiamava Fabrizio Covili, uno alto alto e secco secco, tutto nervi. “Tappo”, il suo braccio destro, era basso, col nasone e i capelli lunghi. Come “Capello”, che nelle risse picchiava solo con la testa. Poi c’erano “Sandrone”, “Sivorino”, “Fischio”, “Facciona” e “Pipistrello”, uno svelto nelle rapine notturne. “Cane nero” era peloso e sempre abbronzato, e a “Pipone”, invece, piacevano le donne. Se fosse solo per i nomi, neanche il poliziotto che li perseguitò andrebbe preso sul serio: “Manetta”, era detto in città. Questa però è una storia di contrasti, di ragazzi poveri di Gagno, della Cella e del Cep che si ritrovavano nel salotto buono di Pisa, in Corso Italia. È una storia di imprese comiche e di tragedie, perché qualcuno, poi, è morto di overdose o ha sparato, ammazzando brava gente.